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La situazione in Italia: i DICO

Da anni la Comunità Europea sollecita l’uguaglianza dei cittadini, anche dal punto di vista dell’orientamento sessuale, in conformità del rispetto dei diritti umani che sono alla base dell’Europa e secondo quanto affermato nel Rapporto Sylla datato 2003. Già dal 2000 si sono esortati gli stati membri a considerare le coppie formate da individui dello stesso sesso come quelle eterosessuali, soprattutto in ambito fiscale e per le adozioni.

La situazione in Italia: i DICO
© Getty Images

Nasce però la controversia riguardante la possibilità dei cittadini europei di circolare liberamente nei paesi membri (direttiva 2004/38/CE) e circa il riconoscimento dell’unione/matrimonio anche dalle altre giurisdizioni (sempre secondo la stessa direttiva). La vicepresidente della Commissione Europea, Viviane Reding, ha così affermato: se si vive in una situazione di unione o di matrimonio omosessuale riconosciuto in un paese A, si ha il diritto, ed è un diritto fondamentale, che questo status venga riconosciuto nel paese B. Se ciò non avviene, si viola la legge dell’Unione europea.
Tutto ciò può essere difficile da far rispettare, ed è importante sollecitarli ad aderire a tali disposizioni europee.

In Italia la situazione è molto diversa rispetto alla maggioranza dei paesi dell’Unione: non esiste infatti una legislazione che regolamenti le unioni civili, né per gli etero che per omosessuali. La Chiesa ha da subito contrastato ogni tentativo di formalizzare l’unione civile, soprattutto delle coppie gay, in quanto andrebbe contro i principi base della religione cattolica, come ad esempio la procreazione.

Alcuni hanno cercato, ispirandosi al modello francese dei PACS, di riconoscere tali unioni attraverso almeno la registrazione nelle anagrafi comunali. Delle regioni italiane erano già da tempo d’accordo sul legalizzare le unioni gay, come la Calabria, l’Umbria, l’Emilia-Romagna e la Toscana. Nel 2008 si era approvato un disegno di legge che mirava al riconoscimento legale delle cosiddette coppie di fatto, chiamato DICO (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi) nato durante il secondo governo Prodi. Vi avrebbero potuto accedere le coppie che avessero voluto godere da subito dei diritti legali, finanziari, sulla salute del partner, e inoltre facilitazioni sull’ottenimento del permesso di soggiorno (qualora uno dei due fosse cittadino extra-comunitario) e gli utili d’impresa (se uno dei due l’avesse posseduta).
Più tardi, dopo 3 anni di convivenza, il coniuge avrebbe goduto di ulteriori diritti: facilitazione dei trasferimenti di sede lavorativa in base al domicilio del partner e la successione nel contratto di locazione dell’abitazione.
Dopo nove anni invece, e in caso di decesso di uno dei due, il coniuge gode di tutti i diritti di successione, compreso il possesso dei mobili.
Dopo poco però, il progetto è stato accantonato per diversi problemi tecnici e le numerose critiche mosse.
Chi era contrario a questo tipo di unioni, ha osservato che i DICO avrebbero potuto generare delle unioni stravaganti, che avrebbero intaccato il concetto sacro del matrimonio e della famiglia, relativizzando il significato primo della classica unione matrimoniale così com’è sancita dall’articolo 29 della nostra Costituzione.
Chi invece era favorevole, criticava i tempi d’attesa troppo lunghi per l’eredità e molte lacune sulle norme che regolamentavano la fine di tali unioni.

Più tardi, grazie al presidente della commissione Giustizia del Senato Cesare Salvi, è stata elaborata una nuove proposta una legge chiamata CUS (Contratto di unione solidale) che permette di registrate l’unione di due persone davanti ad un notaio o ad un giudice di pace. I diritti di cui gode il coniuge riguardano l’assistenza sanitaria, le agevolazioni sui trasferimenti della sede lavorativa e i diritti di successione nel contratto di locazione. Dopo nove anni di convivenza inoltre, si ha accesso a pieno titolo all’eredità qualora uno dei due venga a mancare e se non ci sono eredi. Nel caso di parenti prossimi il convivente ha diritto a un quarto del patrimonio, altrimenti alla metà se ci sono parenti fino al sesto grado.

La successiva caduta del governo vigente ha fatto accantonare anche questa proposta, che ha conosciuto anch’essa numerose critiche soprattutto dalla Casa delle Libertà.

Sempre nel 2008, il Ministro Brunetta ha reintrodotto una proposta simile, proponendo il DiDoRe (Diritti e doveri di reciprocità dei conviventi) estendibile sia alle coppie etero che omosessuali. Un progetto ambizioso, che vuole garantire le stesse tutele e gli stessi diritti dei DICO e del CUS, ma senza gravare affatto sull’economia dello Stato italiano in quanto trattasi solo di diritti individuali. Il principio da cui parte il Ministro è che esistono dei legami all’infuori dell’istituzione del matrimonio che vanno tutelati in quanto meritevoli dell’attenzione dello stato. Questi beni sono i legami affettivi, si sostegno reciproco e di mutua assistenza, di dovrebbero godere tutti i cittadini indipendentemente dal loro sesso. La proposta non è mai stata presentata in Parlamento.

In Italia sono numerose le coppie di conviventi che non sono tuttora tutelate dalla legge. È auspicabile che il Governo prenda dei seri provvedimenti in materia, adeguandosi così al resto d’Europa (rispetto alla quale restiamo indietro sempre più spesso) dove le unioni civili omosessuali non sono più un tabù.

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01/03/2011

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